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Catastrofi planetarie e “backup”: ci stiamo già organizzando

Nel mio precedente post avevo accennato all’esigenza che abbiamo, come specie, di cautelarci da eventuali E.L.E. (Extinction-Level Events) “disperdendoci” nello spazio profondo, fuori dal nostro sistema solare: a quanto pare gli americani (e chi altri?) si stanno già organizzando, e non solo a livello teorico, da parecchio tempo.

Ho trovato questo articolo del Corriere della Sera di cinque anni fa (!) che parla appunto della costruzione di un motore spaziale antimateria (un po’ in stile Star Trek), primo componente strategico per arrivare in futuro ad assemblare delle astronavi in grado di spingersi oltre i ristretti confini del nostro sistema.

«Vi porterò sulle stelle» dice Les Johnson alla guida di un gruppo di scienziati della Nasa ora impegnati nella sfida più ardua mai concepita: costruire un motore ad antimateria, vale a dire il mezzo più ideale per volare più lontano e più veloce di quanto si possa immaginare,oltre i confini del sistema solare,verso le stelle, appunto.

POSSIBILI VIAGGI UMANI VERSO PLUTONE
- Il motore ad antimateria per gli appassionati di Star Trek (la nuova serie è appena iniziata la domenica sera su «La7») è una consuetudine perché a esserne dotata è l’ormai mitica astronave Enterprise. Con esso la nave interstellare di Kirk e Spock raggiunge la «velocità di curvatura» che nella fantascienza di Star Trek è superiore alla velocità della luce. Nella realtà fisica descritta da Einstein questa velocità (di 300 mila chilometri al secondo), invece, non si può superare. Les Johnson dice di non avere alcuna intenzione di sfidare il grande genio né di copiare la fantastica ma irraggiungibile dote di Enterprise. «Ma — aggiunge — riusciremo a superare di molto l’attuale velocità di 60 mila chilometri orari delle sonde automatiche rendendo possibili anche viaggi umani verso Plutone».

(…)

NUOVI MEZZI PER VIAGGIARE NELLO SPAZIO – «Al Marshall si è creato un team — racconta Les Johnson — che esplora nuovi mezzi per viaggiare nello spazio: motori nucleari, vele solari, sistemi a filo e antimateria, appunto. Era necessario affrontare seriamente queste frontiere perché i razzi chimici tradizionali hanno raggiunto i limiti della loro possibilità e sono il nostro limite».
Assieme al centro Marshall è impegnata, sempre negli Usa, anche la Pennsylvania University, ma collaborazioni provengono pure dal centro Johnson, sempre della Nasa, e anche del Philips Laboratory dell’Usaf, l’aviazione militare.
Inoltre, un po’ segretamente, qualche contatto sull’argomento c’è pure con scienziati russi.
Alla Pennsylvania University stanno sperimentando un serbatoio portatile di antiprotoni destinato a un motore spaziale già schizzato nelle sue linee generali.

IL PRIMO OBIETTIVO E’ MARTE – «Prima di immaginare un’astronave per le stelle ne prepareremo una per volare verso Marte — spiega Les Johnson —. Questo è il primo obiettivo su cui ci stiamo concentrando e in tal modo potremmo effettuare una spedizione sul Pianeta rosso in soli quattro mesi, rimanendo sul pianeta per un intero mese».
Les Johnson è un fanatico di Star Trek. «Grazie a Kirk e Spock sono diventato un ingegnere spaziale — dice —. E ora sono impegnato a materializzare un sogno straordinario. Ci vorrà tempo, ma arriveremo».

Bene, le cose si stanno muovendo nella giusta direzione: la sfida contro il tempo è già iniziata.

E’ la fine del mondo: abbiamo i backup?

Ormai sull’attivazione, il 10 Settembre, dell’LHC (Large Hadron Collider) presso il CERN di Ginevra si è detto e scritto tutto e il contrario di tutto: da una parte i catastrofisti, convinti che la fine sia praticamente certa; dall’altra chi liquida la faccenda con una alzata di spalle; in mezzo quelli che non sanno se preoccuparsi, e fino a che punto, sull’onda degli articoli sensazionalistici apparsi sui media.

Personalmente ritengo improbabile che la Terra scompaia di qui a quattro anni a causa di un esperimento scientifico un po’ troppo disinvolto – anche se, come avevo scritto in un commento qualche mese fa: non sarebbe buffo se fosse questo il motivo per cui non riusciamo a trovare tracce di vita intelligente (e tecnologicamente avanzata) nello spazio?

Una specie comincia a scoprire in rapida successione (rapida su scala cosmica) l’uso del gabinetto ad acqua, degli antibiotici, dei combustibili fossili, dei computer e dell’energia nucleare; a quel punto viene colpita da un eccesso di curiosità, unito a un delirio di onnipotenza (“andiamo, seriamente, cosa vuoi che succeda?”), si mette a pasticciare con cose troppo grandi per lei, e PUF! scompare assieme al pianeta che la ospitava: game over.

Detto questo, comunque, e ribadendo che rimango alquanto ottimista, il tam-tam mediatico di questi giorni secondo me ha avuto il merito, se non altro, di sollevare implicitamente un problema: il nostro mondo potrebbe effettivamente finire da un momento all’altro: abbiamo un “Piano B”? Abbiamo preparato dei backup?

La nostra specie occupa un singolo pianeta, e le superfici planetarie per definizione non sono un posto molto sicuro: potremmo venire sterminati dalla collisione con un grosso asteroide, oppure rendere la superficie planetaria inabitabile a causa di un conflitto nucleare o batteriologico generalizzato, oppure la stessa potrebbe venire sterilizzata (e con essa tutte le forme di vita che ospita) dalle radiazioni ad alta energia prodotte dall’esplosione a breve distanza (breve su scala cosmica) di una supernova; anche una diminuzione o un aumento anomalo della radiazione (e della temperatura) solare potrebbe mettere a rischio la nostra sopravvivenza sul pianeta.

Insomma, non siamo in una situazione particolarmente brillante: abbiamo tutte le uova in un solo paniere, ed è un paniere particolarmente vulnerabile e soggetto a disastrose rotture.

La domanda che mi e vi pongo è: non sarebbe ora di pensare a un qualche modo per evitare che un singolo evento catastrofico comporti automaticamente l’estinzione totale e definitiva della nostra specie?

Sarebbe davvero un tragico spreco se dopo milioni di anni di evoluzione, dopo avere creato migliaia di civiltà e culture, dopo esserci sollevati faticosamente (almeno in piccola parte) dalla condizione di animali inferiori, guidati solo dall’istinto e dal bisogno, dovessimo scomparire di botto, in maniera definitiva, dall’universo: ci meritiamo di meglio, ci meritiamo una seconda possibilità, nonostante tutti i nostri difetti e le nostre debolezze.

Non so quale potrebbe essere la soluzione: inviare nella galassia migliaia di minuscole sonde contenenti la mappatura completa del nostro DNA e di quello delle altre specie del pianeta, così da “inseminare” (ricordate? “crescete e moltiplicatevi”) mondi nuovi? mettere a punto delle navi robotizzate guidate da intelligenze artificiali in cui trasferire, fare “l’upload”, delle nostre menti? fabbricare delle “astronavi generazionali” in grado di raggiungere dopo migliaia di anni, a velocità sub-luce, nuovi sistemi solari da colonizzare? un mix di queste soluzioni? che altro?

Secondo me sarebbe importante cominciare a pensarci per tempo, cioè subito: non sappiamo quando la folgore degli dei ci colpirà, meglio farci trovare preparati – e anche una sola possibilità di salvezza (o di rinascita), per quanto remota, sarebbe sempre meglio di nessuna possibilità, vi pare?

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