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Sono un po’ distratto
Per dire, ho appreso appena ora che ieri alle 12:21 c’è stata una scossa di terremoto di magnitudo 3.5 Richter con epicentro a Tagliacozzo, a un tiro di schioppo da qui.
Secondo i giornali locali la scossa, “preceduta dal tipico boato” (pure…) è stata avvertita chiaramente nei comuni di Tagliacozzo, Avezzano, Cappadocia e Sante Marie: che sia dannato se ho notato qualcosa.
Secondo gli esperti potrebbe esserci un qualche collegamento fra la scossa di ieri nella Marsica e lo sciame sismico che da ormai un mese interessa L’Aquila e dintorni: almeno sedici scosse di magnitudo superiore a 2.0 Richter, più decine di scosse minori.
Avezzano – 1
Ormai è da inizio Giugno che sono ad Avezzano per lavoro – ma anche per diletto, devo ammetterlo – quindi direi che è arrivata l’ora di scrivere alcuni post su questa città che per me è stata una sorpresa, sotto molti aspetti – e una sorpresa positiva, decisamente. Questo post è il primo della (breve: niente panico) serie.
Avezzano è una cittadina di circa 40.000 abitanti in provincia de L’Aquila. E’ il capoluogo della Marsica, un’area che fra parte montagnosa e Conca (o Piana) del Fucino (il fondo del lago Fucino, prosciugato poco più di un secolo fa) conta all’incirca 130.000 abitanti.
Avezzano si trova praticamente su di un altopiano circondato da montagne, ai margini della Piana del Fucino, a 695 metri di altezza – così recita la targa alla stazione ferroviaria.
La città è stata totalmente distrutta dal terremoto che colpì la Marsica il 13 Gennaio 1915, in piena Prima Guerra Mondiale: su 11.000 abitanti ne morirono 10.700, e i sopravvissuti passarono la prima notte dopo la catastrofe all’addiaccio perché tutti gli edifici della città, tranne uno, vennero rasi al suolo dal sisma; i primi soccorsi, a causa dello stato pietoso in cui erano state ridotte le vie di comunicazione, giunsero in quello che rimaneva della città solo nel pomeriggio del giorno successivo.
La catastrofe fu così totale che perfino l’Austria-Ungheria, con cui pure in quel momento eravamo in guerra, si offrì di inviare soccorsi: offerta peraltro sdegnosamente rifiutata (sic) dalla monarchia Savoia.
L’unica casetta sopravvissuta all’evento, costruita nel 1910 (cinque anni prima del terremoto), è ancora visibile in via Garibaldi, a pochi passi dalla stazione ferroviaria; il vecchio castello Orsini-Colonna, anch’esso semidistrutto dal sisma, negli anni è stato parzialmente restaurato; altre vestigia della vecchia Avezzano non ce ne sono, tutti gli altri edifici hanno meno di cento anni.
Per motivi precauzionali (la zona è oggi classificata come fortemente sismica) tutte o quasi le case di Avezzano (edifici pubblici compresi) sono alte due, al massimo tre piani: solo in tempi recenti, in accordo con le modifiche alle normative antisismiche, sono apparsi degli edifici alti “ben” cinque piani: praticamente dei grattacieli, qui.
La città, non potendosi sviluppare in verticale, si è sviluppata in orizzontale: di conseguenza risulta molto più estesa di una qualsiasi città con popolazione equivalente. I trasporti pubblici non sono efficientissimi, ma in realtà la città non è comunque così grande da non poter essere attraversata a piedi o meglio ancora in bicicletta; il traffico automobilistico è tutto sommato accettabile, quasi mai congestionato, e i parcheggi disponibili sono più che sufficienti – difficile dover fare il classico giro intorno all’isolato per trovare un posto auto, anche nelle ore di punta.
La città e le aree limitrofe ricadevano nella sfera d’influenza delle famiglie nobili romane: ancora oggi si può ammirare il castello Orsini-Colonna, e in città basta percorrere due o tre centinaia di metri dal palazzo del Comune per imbattersi nel Palazzo Torlonia (sì, proprio i Torlonia citati da Ignazio Silone in alcuni dei suoi romanzi), nell’ex parco Torlonia, in piazza Torlonia, in via Torlonia e, dulcis in fundo, nel Liceo Ginnasio Torlonia (e forse mi sono perso qualcosa) – insomma: Welcome to Torlonia County…
(continua – prossima puntata: clima – meteorologico e umano – ed economia)
Piromani
Oggi un volontario sessantacinquenne di Celano (AQ), Angelo Ciaccia, è morto durante le operazioni di spegnimento di un grosso incendio in località Crocione, verso Ovindoli, a nord-est di Avezzano.
Stava posizionando una rete di contenimento in una zona impervia quando è stato colpito da infarto: la morte è stata pressoché istantanea.
Altri tratti boschivi bruciano ancora a Paderno di Avezzano e a Celano (vedi mappa qui sotto).
Come al solito i piromani, gli assassini che hanno provocato la morte di un uomo non rischiano quasi niente: anche se venissero presi se la caverebbero con il consueto processo con patteggiamento (che riduce la pena di un terzo, a prescindere), la derubricazione del reato a omicidio colposo (come per gli ubriachi al volante), le attenuanti generiche e una pena quasi certamente inferiore ai due anni, quindi soggetta a condizionale, quindi niente galera perché poverini bisogna dargli una seconda possibilità.
Certo, una seconda possibilità di finire il lavoro, la prossima volta magari stando più attenti a non farsi beccare.
Cena marsicana
Ieri sera cena dai proprietari della cagnolina Laika (vedi post) a Luco dei Marsi: persone simpatiche e alla mano, marito e moglie pensionati, un figlio mio coetaneo nonché mio omonimo e un paio di nipotini.
Cena “casereccia” in stile abruzzese: antipasto a base di prosciutto fatto da loro (hanno dei terreni dove coltivano tutto quello che serve per la casa, e poi allevano anche pollame e maiali), poi “veri” spaghetti alla chitarra con “vero” sugo fatto in casa. Come secondo inizialmente avevano in programma delle bistecche di maiale alla griglia, ma poi alla fine abbiamo optato per una seconda quintalata di prosciutto fatto in casa.
Nel frattempo abbiamo ricostruito la storia della cagnolina, veramente curiosa: era sparita durante una gita in montagna vicino a Collelongo, a circa 25 Km. da Avezzano, oltre un mese fa: probabilmente qualcuno l’ha trovata e l’ha portata con sé ad Avezzano, poi Laika è scappata e si è messa a cercare i suoi padroni – padroni che non l’avevano affatto dimenticata: nell’ultimo mese erano tornati a cercarla nella zona di Collelongo sei volte, ma ovviamente senza risultato.
Grande contentezza quindi alla notizia del ritrovamento; i nipotini poi sono letteralmente impazziti quando hanno visto tornare la loro cagnolina
Mentre ricostruivamo i fatti e parlavamo del più e del meno abbiamo pensato bene di fare onore a una bottiglia di quello buono – tutti tranne il figlio, che si è mantenuto rigorosamente sobrio visto che doveva riaccompagnarmi ad Avezzano (io ho smesso di usare l’automobile alcuni anni fa).
La conversazione – e la cena – si è protratta fino a tardi, in una atmosfera davvero piacevole: ci siamo salutati con l’intesa di rivederci ancora, prima che io lasci la Marsica.
Quando posso dare una zampa…
…lo faccio volentieri. E a volte la cosa si volge anche a mio vantaggio.
Stamattina vado a fare colazione al solito bar e nel locale c’è un cane – anzi una cagnolina – che si agita, non sta ferma un momento, esce, poi rientra, poi esce daccapo, come se stesse cercando qualcosa o qualcuno.
E’ una cagnolina molto giovane, praticamente quasi un cucciolo, a occhio e croce è una meticcia, l’aspetto è quello di una via di mezzo fra un pinscher e un husky, ma “in miniatura”; pelo corto in varie sfumature chiare, dall’avana al “biondo”, in alcuni punti bianco. Aria vispa, occhi intelligentissimi.
Il titolare del bar mi dice che è da quando hanno aperto che sta lì, probabilmente o è scappata e si è persa oppure è stata abbandonata da qualcuno.
Le do un’occhiata più da vicino: ha un collare senza scritte, e niente tatuaggi di identificazione; è pulita e apparentemente in salute, non appare neanche denutrita: a tratti trema vistosamente, forse per lo stress.
Dopo un po’ il barista la porta fuori (si infila di continuo fra i piedi dei clienti, a rischio di farne inciampare qualcuno) e per evitare che vada a infilarsi sotto una macchina (più che probabile, visto quanto è vivace e irrequieta) la lega a uno dei tavolini con un guinzaglio improvvisato e le mette accanto una ciotola con dell’acqua e una brioche – non la perfetta dieta canina, forse, ma d’altra parte è un bar, non una macelleria.
La cagnolina continua a dare segni di irrequietezza, tanto che a un certo punto spezza il guinzaglio improvvisato e ricomincia a entrare e uscire dal locale, e peggio ancora ad attraversare la strada; a questo punto la riacchiappo al volo e la porto al mio tavolino, dove piano piano riesco a calmarla e a farla smettere di tremare.
A questo punto sorge spontanea la domanda: che farne? Lasciarla lì no: sembra davvero la candidata perfetta per finire sotto le ruote di un’auto; quelli del bar possono anche darle da mangiare e da bere fino all’orario di chiusura, ma poi di certo non possono adottarla; portarla al più vicino canile probabilmente significa rischiare la sua soppressione; mi viene in mente che potrebbe avere un chip di identificazione sotto pelle, così chiedo se lì vicino c’è un veterinario.
Uno dei clienti del locale, un anziano cacciatore (classe di ferro: 89 anni, e va ancora a caccia) con cui avevo già scambiato qualche parola nelle settimane passate, ne conosce uno proprio a due passi, e mi ci accompagna.
Il veterinario per fortuna rileva il chip con l’apposito lettore, e da quello risalire al proprietario e avvertirlo del ritrovamento è questione di pochi minuti: salta fuori così che la cagnetta non è neanche di Avezzano, ma di un paesino distante alcuni chilometri, e che si è persa in montagna: una bella avventura, per un cucciolo di sei mesi non abituato a cavarsela con le proprie forze.
Il veterinario si fa dare il mio nome e il numero di cellulare, per girarli al proprietario della cagnolina.
Glieli lascio, saluto e torno indietro col mio nuovo amico cacciatore. Immagino sia finita lì.
A mezzogiorno invece mi arriva una telefonata: è il proprietario del cane, tutto contento, che insiste “almeno” per avermi a cena a casa sua stasera. Anche sua moglie insiste, dice.
Quando gli dico che non ho l’automobile non fa una piega e dice che mi porta lui avanti e indietro da Avezzano a Luco dei Marsi: a questo punto accetto, sarebbe scortese dire di no.
Quindi, tutto è bene quello che finisce bene: la cagnolina ha ritrovato i suoi padroni, loro hanno smesso di preoccuparsi e di cercarla, e io stasera sperimenterò una autentica cena casereccia (così l’hanno definita: e conoscendo cosa si intende in Abruzzo per “cucina casereccia”…).
