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Twitter, non solo balene
Stamattina mi era arrrivata una notifica da Twitter relativamente a quello che, a giudicare dal nickname scelto, pareva essere l’ennesimo twitter-spammer. I twitter-spammer sono quei tipi che aprono account su twitter e “seguono” centinaia, anzi migliaia di persone al solo scopo di acquisire visibilità e spammare l’URL di un sito, solitamente poco interessante, poco raccomandabile o persino contenente malware.
Come mio solito sono andato sulla pagina twitter relativa all’account dello spammer con l’intenzione di attivare l’opzione “blocca”, ma al posto della solita pagina ho trovato questa:

Non solo le famigerate “balene”, quindi, ma anche i più utili gufi.
La guerra dei social network
(segnalazione originale di Tommaso Sorchiotti via FriendFeed)
Contrordine: Internet non rende stupidi
Ricordate le polemiche di qualche settimana fa su Internet e i motori di ricerca come fattori di rimbecillimento precoce?
Bene, dagli USA arriva una ricerca che smentisce questa tesi, e anzi evidenzia il fatto che le performance cognitive di adulti e anziani che navigano sul Web e usano Google e i suoi fratelli migliorano, e che il cervello viene stimolato positivamente dalle attività “internettiane”:
Pubblicata sull’American Journal of Geriatric Psychiatry, la ricerca è di Gary Small, dell’Istituto di Neuroscienze e comportamento Umano dell’Università di Los Angeles.
“Le ricerche su Internet – spiega Small – richiedono una complicata attività cerebrale, e potrebbero aiutare ad allenare e migliorare le funzionalità del cervello”. Pochi mesi si è acceso un vivace dibattito su cosa significhi per il cervello l’ ‘era Google’: il dubbio instillato da esperti è che le nuove tecnologie impigriscano la memoria e appiattiscano le nostre possibilità cognitive. Ma a giudicare da questo studio non è vero che Internet ci renda stupidi, anzi. Gli esperti hanno eseguito per la prima volta uno studio con la risonanza magnetica funzionale sul cervello di volontari tra 55 e 76 anni mentre questi navigavano sul web e facevano ricerche on line; come test di controllo la risonanza è stata effettuata anche mentre leggevano un libro. Solo una parte dei volontari era già pratica di Internet.
E’ emerso è che l’uso di Internet attiva aree cerebrali in più rispetto alla lettura, soprattutto aree frontali e temporali, sedi decisionali del cervello e fulcri del ragionamento complesso. A risentire più positivamente dell’uso di Internet erano i volontari già abituati ad usarlo: il loro cervello si attiva tantissimo, molto più che quello dei novizi per la prima volta ‘caduti nella rete’. Secondo i neurologi, quindi, l’uso di Internet, con un po’ di esperienza, può essere un buon esercizio per tenere allenato il cervello e migliorarne le performance cognitive.
(Fonte: ANSA)
FaceBook? E’ una setta
Sentita poco fa al telegiornale: “Stasera a Roma prima grande riunione italiana degli adepti di FaceBook…”
Adepti? Come gli adepti delle Bestie di Satana? Feisbùc una setta? Vedo che il rapporto fra Internet e i giornalisti, in Italia, continua a fare acqua da tutte le parti.
Cinquantenni per caso e automobili con le pinne
Non c’è niente da fare, ancora proprio non riesco a capacitarmi di essere entrato nei “cinquanta” – tutti quei discorsi poi sulla saggezza che si dovrebbe acquisire col passare degli anni sono, appunto, discorsi, parole in libertà: in realtà non si diventa più saggi ma semplicemente più smaliziati grazie alle esperienze accumulate, per il resto non vedo molta differenza – e comunque la vera saggezza non ha limiti “minimi” di età, conosco dei ventenni molto più saggi di me.
Ripensandoci, una cosa che effettivamente cambia col passare degli anni è la percezione del tempo. Con l’età il tempo si restringe: se a cinque anni un intervallo di dodici mesi mi sembrava una eternità adesso mi sembra poco più lungo di un paio di week-end messi in fila.
Ricordo le fantasticherie che facevo a quell’età sul mitico, lontano, anzi remoto, Duemila: avremmo viaggiato tutti fra le stelle, le auto volanti sarebbero state la norma, complete ovviamente di retrorazzi e pinne direzionali in stile Cadillac anni ’50, e i robot (rigorosamente antropomorfici) ci avrebbero servito fedelmente, oppure no, forse si sarebbero ribellati ai loro creatori…
Cedo che derivi da quelle fantasie il mio successivo interesse per la fantascienza – quando ho scoperto la Trilogia Galattica di Asimov, poi, l’interesse si è tramutato in passione.
Chissà come immaginano il futuro le giovanissime generazioni di oggi? Riescono a immaginarselo come facevamo noi bambini dell’era pre-Rete (Internet esiste solo da una quarantina d’anni, il Web da meno di venti) o fanno prima a calarsi una pasta o leccarsi un francobollo?
Me lo domando perchè ho notato una cosa strana: più la scienza e la tecnologia aprono nuove e – a volte – fantastiche prospettive e più la gente sembra incapace di vedere e di vedersi al di là del breve periodo – come se qualcosa nella nostra società ci impedisse di vedere al di là del nostro naso, del qui e ora.
Si vive sempre di più alla giornata, in un certo senso, come se fra noi e il futuro ci fosse una barriera invisibile ma solida, come se viaggiare nel futuro, sia pure con la fantasia, fosse diventato faticoso – eccessivamente, strutturalmente faticoso.
Forse è stato così anche in passato, non lo so. Prendiamo Verne, uno dei più grandi scrittori di fantascienza di tutti i tempi: ha fatto molte previsioni azzeccate – i viaggi sulla Luna, i sottomarini… addirittura in un suo romanzo prevedeva che un giorno i motori avrebbero funzionato ad acqua – e noi ora siamo quasi in procinto di vedere circolare sulle strade le prime auto di serie alimentate a idrogeno – ma ha affiancato a queste previsioni azzeccate un numero pari o superiore di profezie andate a vuoto.
Ora, dopo l’avvento delle tecnologie digitali, siamo più o meno nella stessa condizione degli abitanti della Terra agli albori della rivoluzione industriale: ci rendiamo vagamente conto che un processo di enormi dimensioni e di portata storica si è avviato, ma non sappiamo affatto “come andrà a finire”, anche perchè le nuove tecnologie spesso cambiano destinazione d’uso in corso d’opera, per così dire: i cinesi all’inizio usarono gli esplosivi per realizzare i fuochi artificiali, e solo in un secondo tempo vennero sfiorati dal sospetto che forse quella “roba” poteva avere delle applicazioni anche in campo militare; Internet era nata come rete militare, ed è ora diventata tutt’altra cosa; all’inizio si pensava che i principali, se non gli unici, clienti di una rete di telefonia mobile sarebbero stati imprenditori e manager, e si ipotizzava quindi un mercato caratterizzato da piccoli numeri – ora sappiamo che i principali fruitori della tecnologia mobile sono i teen-agers, e solo in Italia i possessori di apparecchi telefonici cellulari sono decine e decine di milioni…
