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Obama sarà una sorpresa. Per la sinistra
Barack Obama ha vinto a valanga contro McCain, con un risultato se possibile ancora più netto di quello previsto dai principali sondaggisti. Io “tifavo” McCain, ma non sono preoccupato più di tanto: già in campagna elettorale, quando pure doveva assicurarsi i voti dell’ala sinistra dei Democrats, Obama ha chiarito che in politica estera non cambierà quasi niente rispetto ai tempi “dell’infame fascista guerrafondaio e imperialista” Bush.
Vista la crisi economico-finanziaria in atto, inoltre, difficilmente Obama potrà aumentare più di tanto la spesa pubblica (già cresciuta moltissimo grazie proprio ai programmi di welfare del “liberista” – sic – Bush) facendo lievitare il già imponente debito pubblico federale: certo rimodulerà la presenza dello Stato in economia, ma senza cedere a tentazioni “socialiste” all’Europea e senza aumentare le tasse a pioggia come succederebbe in Europa. Basti dire che nel suo programma ha parlato di aumentare le tasse “solo” a chi guadagna oltre 250.000 dollari/anno e al contempo di ridurle a chi ne guadagna meno: questo significa che in America per essere considerato “ricco” agli occhi del fisco devi guadagnare almeno un quarto di milione di dollari, in Italia sei già “ricco” – e quindi torchiabile dal fisco – se guadagni 40.000 euro (lordi) all’anno: magari venissero applicate in Italia le politiche fiscali del “socialista” Obama, ci metterei la firma…
Sui diritti civili credo sia in agguato un’altra delusione: gli USA sono un Paese profondamente religioso, e questo influisce non di poco sulla politica: secondo quanto riportava il New York Times (quasi una sorta di “Repubblica” in versione a stelle e strisce) il 1° Novembre:
“A Obama è stato chiesto perché è contro le nozze gay pure se ha condannato tutte le leggi che avrebbero impedito il matrimonio tra suo padre nero e sua madre bianca. La differenza, ha detto Obama, è la religione. Come cristiano – è membro dell’United Church of Christ – Obama crede che il matrimonio sia un’unione sacra, una benedizione di Dio, intesa esclusivamente per un uomo e una donna”.
Un punto questo su cui, ad esempio, non sono d’accordo: per quanto mi riguarda estenderei il matrimonio civile a qualunque coppia di individui che si vogliono bene e vogliono percorrere assieme almeno un pezzo del cammino della propria vita, indipendentemente dal loro sesso: su questo punto Obama risponde invece come Ratzinger, né più né meno.
Per tornare alla politica estera, sempre il New York Times – citato da Christian Rocca: stranamente, i giornali italiani pro-Obama certe cose si sono dimenticate di farle sapere ai loro lettori, forse per non turbare il processo di santificazione preventiva del candidato democratico – nei giorni scorsi riportava:
“Obama ha la stessa durissima strategia enunciata dall’Amministrazione Bush”, ovvero quella di non voler permettere che gli ayatollah producano uranio in territorio iraniano. “La posizione di mister Obama – continua il Times – è più vicina all’approccio di tolleranza-zero adottato dall’Amministrazione Bush”.
Sul Pakistan, ha scritto sempre il Times, “è Obama, più che McCain, il candidato molto più propenso a minacciare di inviare truppe americane per raid terrestri”. Su quando intervenire militarmente all’estero, si legge nello stesso articolo, “Obama ha delineato una posizione che è opposta all’attitudine del presidente Bush del 2000”, ovvero del Bush realista e isolazionista pre-11 Settembre, “ma suona molto simile a quella attuale di Bush”.Sui rapporti con le grandi potenze, a cominciare dalla crisi georgiana con la Russia, secondo il New York Times, “la reazione di Obama è stata molto più vicina a quella dell’Amministrazione Bush”. Insomma: su Iran, nucleare, Pakistan e Russia, Obama propone politiche simili a quelle del “fascista guerrafondaio” Bush.
Obama avrà certamente un atteggiamento più collaborativo e meno scettico delle istituzioni internazionali rispetto a quello di George W. Bush, ma non molto distante dal comportamento dell’ultimo presidente del Partito democratico, Bill Clinton. La guerra clintoniana, e dalemiana, in Kosovo è stata dichiarata senza alcuna autorizzazione dell’Onu e in assenza di risoluzioni del Consiglio generale (Saddam Hussein, invece, ne aveva violate sedici). La linea clintoniana, elaborata dal suo Segretario di stato Madeleine Albright, era “agire multilateralmente quando è possibile, unilateralmente quando è necessario”. Quella di Obama non sarà molto diversa.
Al dibattito presidenziale di Nashville, il 7 ottobre scorso, Obama ha spiegato bene e senza giri di parole la sua filosofia: “Quando agiamo nei nostri interessi non riconosco il potere di veto dell’Onu né di chiunque altro”. Obama parlava di Iran: “Non possiamo permettergli di farsi un’arma nucleare, sarebbe una svolta nella regione, non minaccerebbe soltanto Israele, che è il nostro più grande alleato nella regione e uno dei più grandi nel mondo, ma creerebbe la possibilità che queste armi nucleari finiscano in mano ai terroristi. Non lo possiamo accettare e io farò ogni cosa necessaria a prevenire questo scenario. Non escludo l’opzione militare”. Agli ayatollah iraniani, Obama ha detto: “Se non cambiate comportamento, ci saranno conseguenze terribili”. Il New York Times ha ragione: “Obama ha la stessa durissima strategia enunciata dall’Amministrazione Bush”. Chiamiamola: Yes, we neocon.
Obama, infatti, ha ristabilito il tradizionale principio dell’inteverntismo liberal, e per certi aspetti anche neoconservatore, fatto proprio in questi anni da Bush, secondo cui l’America in certe occasioni ha il dovere morale di intervenire militarmente, anche se non sono direttamente minacciati i suoi interessi nazionali. Al dibattito di Nashville, Obama ha fatto una tirata contro gli aiuti ai dittatori, ha spiegato che va diffusa la democrazia e ha detto che “non sempre in gioco c’è la sicurezza nazionale, ma in ballo ci possono essere questioni morali. Se avessimo potuto intervenire in modo adeguato nell’Olocausto, chi tra noi avrebbe potuto dire che non avremmo avuto l’obbligo morale di intervenire? Se avessimo potuto fermare il Ruanda, avremmo dovuto considerare fortemente di agire”. Infine: “Dobbiamo considerare che sia parte dei nostri interessi, dei nostri interessi nazionali, intervenire dove sia possibile”.
Insomma, direi che chi si aspetta un Obama radicalmente diverso dai precedenti presidenti americani rischia di andare incontro a grosse delusioni: mi domando anzi quanti mesi – o settimane – dovranno passare prima che gli attuali sostenitori interessati – in chiave neanche tanto velatamente antiamericana – di Obama si ritrovino in piazza a protestare contro l’ennesimo presidente “amerikano”.
