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La colpa della vittima
Post dettato al telefono da Yoani Sanchez a Gordiano Lupi, traduttore del suo blog "Generaciòn Y".
Yoani Sanchez sequestrata a Cuba
Un sequestro-lampo dal chiaro scopo intimidatorio, condotto come in tutti i regimi totalitari di questo mondo: macchina anonima, individui in borghese, nessuno che osa intervenire ben sapendo chi sono in realtà quegli “anonimi” individui.
Sentivo Orlando ansimare e le botte continuavano a cadere su di noi, ho pensato per un attimo di aprire la porta e gettarmi fuori, ma all’interno non c’era una maniglia utilizzabile. Eravamo nelle loro mani ma ascoltare la voce di Orlando mi rincuorava.
In seguito lui mi ha detto che gli accadeva lo stesso ascoltando le mie parole rotte dai singhiozzi… perché gli dicevano “Yoani è ancora viva”. Ci hanno lasciati in pessime condizioni, scaraventandoci in una strada della Timba, una donna si è avvicinata: “Che cosa vi è successo?”… “Un sequestro”, ho risposto.
Ci siamo messi a piangere abbracciati in mezzo al marciapiede, pensavo a Teo, non sapevo come avrei potuto spiegargli quel che avevo passato. Come potrò dirgli che vive in un paese dove succedono queste cose, come potrò guardarlo e raccontargli che sua madre è stata malmenata in mezzo alla strada perché scrive un blog dove esprime le sue opinioni in kilobytes. Come potrò descrivergli il volto autoritario di chi ci ha fatto salire con la forza su quella macchina, il piacere che si leggeva sui loro volti mentre ci percuotevano, alzavano la mia gonna e mi trascinavano seminuda verso l’auto. Sono riuscita a vedere, nonostante tutto, il livello di agitazione dei nostri aggressori, la paura del nuovo, delle cose che non possono distruggere perché non le comprendono, il terrore del gradasso che sa di avere i giorni contati.
Il testo completo su La Stampa, sul blog di Yoani.
- Breve intervista a Yoani Sanchez dopo l’aggressione;
- La testimonianza di Orlando, il blogger sequestrato assieme a Yoani.
Finale di partita
Per fortuna che siamo in pieno festival del teatro, così possiamo fuggire dalla noiosa programmazione televisiva e dalle limitate possibilità di svago – quasi tutte in pesos convertibili – della notte avanera. Scegliamo un dramma o una commedia in cui stemperare i problemi quotidiani, il disgusto e i dubbi che produce la sceneggiatura surreale che siamo costretti a vivere. Il problema è che nella penombra delle sale non sempre si riesce a evadere, ma spesso troviamo le chiavi per tornare alla nostra realtà e reinterpretarla. Sabato scorso, nel piccolo locale del teatro Argos – calle Ayestarán angolo 20 di maggio – è stata rappresentata l’opera di Samuel Beckett “Finale di partita”. Siamo andati presto per trovare posto sulle rustiche gradinate di legno. Credetemi che si può resistere seduti per circa due ore su una dura tavola senza appoggiare le spalle, solo se si assiste a una magnifica messa in scena. Bene, quella di due sere fa era capace di far dimenticare persino i crampi e il dolore alla cervicale. Non faceva divertire o sorridere, ma produceva angoscia e inquietudine, un malessere umano che spinge a riflettere su ciò che ci manca. Un anziano cieco e agonizzante manda avanti una relazione a base di maltrattamenti e sottomissione con il suo servitore, che costringe in una vita di routine e di ricatti. Dalla sua sedia a rotelle, il capriccioso convalescente pretende di controllare tutto quel che accade e usa gli occhi del servo per tenersi informato. Una malsana gratitudine e l’incapacità di immaginare altre possibilità di vita, fanno restare Clov legato al padrone Hamm, al punto di rimandare il giorno in cui otterrà la sua indipendenza. Da una finestra sporca si vede il mare, simbolo di tutte le cose vietate che ci sono all’esterno, di tutto ciò che è proibito provare. Una volta fuori dal teatro, camminiamo verso casa, in uno stato di agitazione e di inquietudine provocato dalla messa in scena. Sono state troppo forti le pareti dipinte di nero e le grida del despota che pretendeva attenzione, come è stato duro spingersi a scoprire, con tanta crudezza e familiarità “la natura inqualificabile delle relazioni di potere, i suoi misteri e i rituali composti di colpe, ricatti, imposizioni, perdoni, manipolazioni…”*. * Parole di Carlos Celdrán, direttore del Teatro Argos, nel catalogo dell’opera “Finale di partita”, interpretata da Pancho García, Waldo Franco, José Luís Hidalgo, Verónica Díaz.
Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Cuba (No Es) Libre
Da Generaciòn Y, il blog di Yoani Sànchez:
Oggi (ieri, 16/04/09), la casa editrice Rizzoli presenta in Italia una scelta dei miei post sotto il titolo “Cuba Libre”. Spero di poter annunciare presto un’edizione nella mia lingua. Pubblico le prime pagine del libro dove si racconta come ha avuto inizio Generación Y, che proprio in questi giorni compie due anni e con il post odierno tocca 300 post pubblicati:
È aprile e non ho molto da fare, a parte guardare dal balcone e verificare che tutto procede come a marzo o a febbraio. La Piazza della Rivoluzione – un cono troncato che spaventerebbe qualsiasi bambino – domina i condomini del mio quartiere. Davanti a me, diciotto piani di cemento mostrano l’insegna del Ministero dell’Agricoltura. La sua grandezza è inversamente proporzionale alla produttività della terra, perciò mi sono messa a guardare con il mio cannocchiale gli uffici vuoti e le finestre rotte. Vivere in questa zona “ministeriale” mi permette di interrogare gli alti edifici da dove escono le direttive e le risoluzioni che riguardano tutto il paese. Ho l’abitudine di orientare la lente e pensare: “loro mi osservano, ma pure io osservo loro”. Per essere sinceri, dalle me ispezioni con il telescopio azzurro ho tirato fuori ben poco, anche se dal vetro traspare un’impressione di inerzia e filtra attraverso il cemento del mio edificio modello jugoslavo.
Guardo le persone che si dirigono al mercato con la borsa della spesa vuota e molto spesso tornano come sono partiti. Pure io possiedo una borsa di plastica, anche se la mia se ne sta piegata sempre in una tasca, per non far capire che sono stata logorata dal meccanismo della coda, dalla ricerca di cibo e dal pettegolezzo su quando il pollo sarà disponibile sul mercato…Sono ossessionata come tutti dalla strenua ricerca di qualche prodotto, ma faccio in modo che non si noti troppo.
Mentre passo il tempo contando i condor che sorvolano il cono troncato e mi chiedo come riempirò la borsa, maturo l’idea più pericolosa dei miei trent’anni di vita. La partenza sembra influenzata dall’umida follia di aprile, frutto evidente della malsana angoscia primaverile. Avvicino la tastiera del mio vecchio computer portatile, acquistato sei mesi fa da un cubano che aveva bisogno del motore di una Chevrolet per fuggire dall’Isola, e comincio a scrivere. Il viaggio di questo apprendista Magellano è finito male, ma ormai il computer era nelle mie mani e non è tornato indietro. Comincio con qualcosa che sta a metà strada tra il grido e la domanda, non so ancora che questo sarà il mio primo post, figlio primogenito di un blog. La scena è semplice, una donna debole e priva di sogni, ha smesso di guardare per cominciare a descrivere ciò che non trova nella noiosa televisione e nei ridicoli periodici nazionali.
Prima di cominciare le mie disincantate vignette di realtà, la voce dell’apatia mi avvisa che la scrittura non riuscirà a cambiare niente. Il sussurro della paura mette in primo piano mio figlio di dodici anni e i danni che la catarsi materna potrà arrecare al suo futuro. Sento la voce di mia madre gridare: “Figlia mia, perché ti sei cacciata in questo guaio?” e prevedo le accuse di infiltrata della CIA o della Sicurezza di Stato che di sicuro non mancheranno. Il vigilante dietro le mie ciglia si sbaglia poche volte, ma il matto con cui divide lo spazio fa in modo che non lo ascolti. In questo modo comincio a completare il primo post ed è grazie a lui che la borsa della spesa, l’alto ministero improduttivo, l’angoscia della fame e la zattera che galleggia nel Golfo passano in primo piano.
(…)
Passano alcuni mesi dalla mia prima cronaca, mi trovo davanti trecentomila opinioni lasciate dai lettori, passo in rassegna oltre duecento post e migliaia di aneddoti, per cercare di comprimerli nelle pagine di un libro. Chordelos De Laclos ride di me, mentre cerco di trovare l’evoluzione di un commentatore partendo dai suoi stessi interventi, riporto le ire di alcuni e mostro il mio incerto cammino. I romanzi epistolari hanno già espresso tutto loro stessi, ma la rete, i suoi ipertesti, le zone calde e interattive, si sono appena avvicinate alla letteratura. È così difficile ricomprendere tutto questo mondo virtuale nella linearità della carta, che rinuncio definitivamente a provarci. Riesco soltanto a fare in modo che nel blog – che un giorno o l’altro pubblicherò – tutti abbiano il loro turno per esprimere un’opinione: Generación Y, la blogger e i lettori.
Traduzione di Gordiano Lupi
Nota del traduttore: Oggi ho il lavoro facile, perché sono il traduttore della versione italiana del libro di Yoani e il post pubblicato fa parte del libro che Rizzoli ha messo in distribuzione dal 15 aprile. Stappo insieme a Yoani una metaforica bottiglia di rum cubano!
Gordiano Lupi
Convergenze
Poco fa leggevo questo post sul blog di Yoani Sánchez, “Generación Y”, e a un certo punto ho letto una frase che mi ha fatto fare un salto sulla sedia.
Si tratta di uno degli slogan del Líder Maximo (ora formalmente “in pensione”) del comunismo cubano, Fidel Castro, riportata in uno dei tanti affreschi murali esaltanti il regime sparsi per l’isola caraibica:
“Se avanzo seguimi, se mi fermo spingimi, se retrocedo uccidimi”
Parole che mi ricordavano altre parole, parole molto vicine a noi sia nel tempo che, soprattutto, nello spazio.
Ho dato un’occhiata su Wikipedia, ed eccolo, l’italianissimo e fascistissimo slogan del “Condottiero supremo” – detto anche Duce – dell’Italia fascista:
“Se avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi, se mi uccidono vendicatemi.”
Proprio vero: cambiano le epoche, cambiano le latitudini, ma le ideologie totalitarie si assomigliano tutte.
