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Chung-Kuo
Nel pomeriggio ho visitato, presso lo spazio ex Aurum di Pescara, la mostra “Melody of Colors – Costumi e ornamenti delle minoranze etniche cinesi” (ultimo giorno: appena in tempo).
Notevole la quantità e la varietà dei capi di abbigliamento esposti, e pregiata la fattura degli accessori – principalmente collane e bracciali, ma anche una spada ornamentale.
Veramente impressionante la modernità e l’attualità di molti capi, sia per i disegni che per i colori che per gli abbinamenti dei vari tipi di tessuto: c’era materiale più che sufficiente per trarre ispirazione per una o più collezioni di moda “contemporanea”.
Unico appunto, l’organizzazione: in una mostra dedicata principalmente ai residenti, non certo agli inesistenti turisti estivi, l’unica lingua usata nei pannelli informativi è l’inglese. Mi chiedo se davvero era così difficile o costoso tradurre alcune decine di frasi in italiano, specialmente considerando il fatto che i testi sono infarciti di termini “tecnici” di sartoria o comunque connessi all’abbigliamento, e quindi parecchio distanti dall’inglese “scolastico”.
Manca anche un catalogo fotografico degli abiti e degli accessori esposti: un vero peccato, secondo me ne avrebbero vendute parecchie copie.
Nella sala accanto alla sala D’Annunzio, quella in cui si tiene la mostra, sono esposte parecchie stampe cinesi d’epoca: anche qui, purtroppo, le stampe sono “mute”, nel senso che non c’è nessuna descrizione o legenda sintetica, neanche in inglese, e men che meno ci sono delle date che permettano almeno di inquadrare il periodo in cui le stampe sono state realizzate.
In definitiva, un’idea interessante ma sviluppata male: il visitatore viene abbandonato a sè stesso, senza un minimo di “spiega” di quel che sta vedendo, senza alcun supporto informativo tranne alcuni testi in inglese, per giunta infarciti di terminologia “specialistica”. Peccato, un’occasione persa.
Lo spazio comincia ad affollarsi
Dal sito ANSA:
NEW DELHI – Il modulo indiano Moon Impact Probe, rilasciato dalla sonda Chandrayaan-1, è appena arrivato, alle 20.32 ora locale indiana, sul suolo lunare. Lo ha annunciato la televisione indiana IBNlive.
Moon Impact Probe ha il tricolore indiano dipinto su un fianco. La sonda Chandrayaan-1 (che dà il nome all’intera missione) era stata lanciata lo scorso 22 ottobre alle 06.22 del mattino dalla base costiera di Srihakot, nello Stato indiano meridionale dell’Andra Pradesh. Da mercoledì scorso era entrata nell’orbita lunare.
Fino a pochi anni fa il ristretto club delle “potenze” (?) spaziali comprendeva solo USA (con la NASA), URSS (oggi Federazione Russa), Unione Europea (con l’ESA) e Giappone: ora India e Cina si stanno muovendo a grandi passi verso la luna, e domani forse verso obiettivi più ambiziosi.
Anche la Cina infatti ha un programma spaziale ambizioso, che prevede in futuro lo sbarco di astronauti sulla Luna; è di poche settimane fa la missione orbitale terrestre, con equipaggio umano, della Repubblica popolare cinese (quella diventata famosa, in realtà, soprattutto perché il principale quotidiano online del regime comunista pubblicò per errore la “cronaca” della missione, con tanto di “dialoghi con gli astronauti”, un paio di giorni prima che il vettore lasciasse la rampa di lancio – sic); l’India, da sempre rivale (non solo tecnologica) della Cina con la missione di oggi ha segnato indubbiamente un punto a suo favore nella gara nazionalistica con l’altro gigante orientale.
Entrambi i Paesi si sono impegnati, più o meno esplicitamente, a raggiungere la Luna prima del concorrente: una riproposizione in versione XXI secolo della famosa “corsa allo spazio” sviluppatasi durante gli anni della Guerra Fredda fra USA e URSS.
Sarà interessante seguire gli sviluppi di questa nuova avventura, nei prossimi anni, come pure lo sviluppo di iniziative commerciali (inizialmente nel settore del “turismo spaziale”) da parte di compagnie private.
Tempismo perfetto
Stamattina, nonostante il tempo minacciasse pioggia, sono uscito di casa senza ombrello (sono un ottimista, a volte “pure troppo”).
Come da Legge di Murphy dopo una mezz’ora naturalmente ha iniziato a piovere: guarda caso però è successo mentre passavo accanto alle bancarelle del mercatino settimanale all’aperto, e in particolare a una dove erano esposti in vendita sia ombrelli “italiani” che “cinesi”.
Di solito in questi mercatini la differenza fra ombrelli italiani e ombrelli cinesi è che quelli italiani sono fabbricati in Cina su commessa di aziende italiane e venduti con un marchio italiano, quelli cinesi sono fabbricati in Cina, magari nelle stesse fabbriche degli “italiani”, e venduti in versione “no-logo”; piccolo particolare, gli ombrelli “italiani” costavano fino a €20, quelli cinesi DOC invece dai €2,50 per i “mini” a €7 per quelli “full-size” in versione extra-super lusso esagerato.
Molto poco patriotticamente (pazienza) ne ho preso uno cinese in versione “mini”, fra l’altro pagandolo solo €2 perché il venditore non aveva da darmi i cinquanta centesimi di resto, e ho proseguito la mia passeggiata in città (ragionevolmente) all’asciutto: fine del problema, e pazienza se Tremonti leggerà (?) queste righe scuotendo lentamente la testa.
