Come forse già saprete, Hollywood piange la morte di una delle sue star più amate, nonché sicuramente di una delle meno drogate e/o alcolizzate: Cheetah.
Lo scimpanzè, che in realtà si chiamava Jiggs, si è spento alla veneranda età di ottanta anni, il doppio dell’aspettativa di vita media della sua specie (Pan Troglodites).
Quello che mi ha colpito è l’analogia con la nostra specie, Homo Sapiens Sapiens: anche l’aspettativa di vita di noi Sapiens, all’inizio, si aggirava intorno ai quarant’anni, esattamente come per gli scimpanzè.
In seguito, grazie al progredire della civiltà, noi Sapiens ci siamo ritrovati a vivere in un ambiente sempre meno ostile e sempre più protetto, e questo ha portato la nostra aspettativa di vita intorno ai novant’anni: alcuni scienziati ritengono che il nostro limite massimo si collochi intorno ai centoventi anni.
Jiggs-Cheetah, vissuto in un ambiente protetto – una specie di “casa di riposo per primati non umani” – ha raggiunto un’età doppia rispetto ai suoi conspecifici che vivono allo stato brado: evidentemente, in quel 98,5% di DNA che condividiamo con gli scimpanzè c’è anche la sequenza di codice relativa alla potenziale “data di scadenza”.
Interessante.